
Per una cronologia de i Ballets Russes: “L’era di Ciajkovskij-Petipa-Ivanov fu il terreno fertile su cui sorse quella che è considerata la maggiore istituzione ballettistica del nostro secolo: i Ballets Russes.
La scuola russa aveva eguagliato, se non superato, le scuole italiana e francese; emersero sempre piú ballerini e coreografi russi che si affiancarono a quei numerosi italiani e francesi .
Accanto a loro si creò inoltre uno stuolo di artisti e intellettuali, si riunivano principalmente attorno alla rivista Mir Isskucva (Il mondo dell’arte), fondata nel 1898 da Sergej Djagilev – allora assistente del direttore dei Teatri imperiali di Pietroburgo – insieme a Alexandre Benois, Léon Bakst, Nicolas Roerich e altri, pittori, musicisti, critici e ballettomani.
A loro si unì, nel 1905, Michail Fokin, giovane ballerino e coreografo.
Nel 1909 fondò la compagnia dei Ballets Russes, i cui allestimenti – a cominciare da Ivan il terribile di Rimskij-Korsakov, presso il Théátre du Châtelet di Parigi - raccolsero per due decenni le migliori risorse delle avanguardie artistiche novecentesche.
L’intento iniziale di Djagilev era di esportare e far conoscere l’arte russa in Occidente; ma poi la genialità sua e dei suoi collaboratori venne a fondersi con quella dei francesi, degli spagnoli, degli italiani,creando cosí un’équipe creativa coreografi e ballerini come Fokin, Nijinsky, Lifar, Massine, Balanchine.
Significativamente mancano tra questi i tedeschi e gli austriaci: in effetti l’esperienza dei Ballets Russes si pose in contrapposizione alle coeve esperienze d’avanguardia dell’espressionismo e della scuola viennese, le cui radici affondavano in quello che forse era il maggiore bersaglio, talora polemico, degli artisti djagileviani: il teatro di Wagner.
Quando questo riceveva la sua apoteosi nel ‘tempio’ di Bayreuth, in Russia si allestivano i meno pretenziosi balletti ciajkovskiani, il cui mondo fiabesco, infantile e leggero, era assai dissimile dal fiabesco wagneriano, cosí sovraccarico di mitologia e di misticismo.
In quel momento negli artisti di Djagilev c’era una forma di spettacolo impostata sulla danza, che, liberandosi a poco a poco dall’accademismo, stava prendendo coscienza delle proprie potenzialità di libera e disinibita espressione corporea.
Su questa strada si colloca il primo importante coreografo di Djagilev, Michail Fokin: influenzato anche dagli scritti e dalle esperienze dell’americana Isadora Duncan, promosse una concezione della danza in cui l’interpretazione doveva prevalere sulla tecnica, l’unità artistica sull’individualismo e le esigenze estetiche sulle pastoie burocratiche (dei Teatri Imperiali).
Sia negli scritti sia nelle realizzazioni coreografiche Fokin tese da un lato a una purificazione classicistica dei movimenti, recuperando quell’ideale greco a cui la Duncan si rifaceva; dall’altro propose un’esaltazione del corpo nella sua libertà.
In Eunice si attirò le ire dei dirigenti imperiali per aver fatto danzare i ballerini a piedi nudi, seguendo anche qui l’insegnamento della Duncan.
Tra il 1909 e il 1912 Fokin firmò i primi importanti balletti djagileviani: da Les Sylphides, Cleopatra e Carnaval, impostati su un cauto ma convinto classicismo, agli esotici Shéhérazade e Uccello di fuoco, fino a Petruska e Daphnis et Cloé.
Dal ’12 i rapporti con Djagilev si ruppero e l’impresario commissionò a Nijinsky le pìú importanti realizzazioni.
Il geniale interprete di Petruska compose le audaci coreografie del Prélude à l’après-midi d’un faune – sul famoso poema sinfonico di Debussy – la cui disinibita sensualità scandalizzò molto il pubblico parigino, Sacre du printemps e dell’originalissimo Jeux di Debussy, sul singolare ‘argomento’ di una partita a tennis.
Poi anche i rapporti tra Nijinsky e Djagilev si guastarono, forse per il carattere eccessivamente protettivo e autoritario dell’impresario (che vide nel matrimonio del ballerino con Romola addirittura un tradimento!).
Tra mille difficoltà l’attività dei Ballets Russes proseguì fino al ’29, con allestimenti come Parade di Satie-Cocteau-Picasso, Il cappello a tre punte di De Falla-Picasso, Le train bleu di Cocteau-Milhaud-Picasso, La boutique fantasque di Rossini-Respighi-Derain e, naturalmente, i balletti stravinskiani.
Alla morte di Djagilev (1929) i Ballets Russes si sciolsero, ma la loro influenza determinò in maniera imprescindibile i diversi sviluppi della danza contemporanea: George Balanchine, l’ultimo grande coreografo djagileviano, fu subito molto attivo, dirigendo importanti compagnie (il «Balletto Reale Danese», i Nuovi Ballets Russes a Montecarlo) e fondando il «New York City Ballet».
Serge Lifar, ebbe il merito di fondare a Parigi l’«Institut Chorégraphique» e l’«Université de ladanse».
Un’allieva di Fokin, Ida Rubinstein, l’interprete di Shéhérazade, creò nel ’29 una compagnia di balletto insieme ad altri ex collaboratori di Djagilev.
Un altro allievo di Fokin, interprete di Le rossignol, Boris Romanov, già nel ’22 fondò a Berlino il «Russisches Romantisches Ballett».
Dalla scuola di Martha Graham alla modern dance, da Jerome Robbins a Maurice Béjart, hanno come necessario punto di riferimento le innovazioni, la creatività, l’insegnamento di Djagilev e dei suoi collaboratori.


